(RB 5): dunque Buon Anno a tutti!
Parto da una constatazione (condivisa peraltro dai Visitatori delle nostre province quando ci incontriamo due volte all’anno) secondo cui tutte le nostre comunità soffrono di una certa fragilità. Le comunità numerose e solide hanno dovuto assistere comunque alla diminuzione numerica dei fratelli mentre rimangono identici i compiti a cui bisogna far fronte. Altre comunità, che nel passato sono state molto forti, si trovano oggi di fronte ad una grave crisi di nuovi ingressi. Molte delle comunità più piccole vivono anch’esse momenti di grande difficoltà. Succede che soffrano a motivo di divisioni interne che si manifestano al momento della difficile elezione di un nuovo Superiore e in occasione della nomina di un Priore Amministratore. A questo va aggiunto che non c’è sempre il numero sufficiente di monaci capaci di gestire i vari servizi della comunità; se – come capita in diverse parti – queste comunità sono anche legate ad un luogo di pellegrinaggio o ad un famoso santuario si fa veramente fatica a far fronte ai diversi obblighi pastorali creati dalla situazione concreta.
La fragilità si manifesta anche in alcuni monaci e monache a livello più personale. Il mondo in cui viviamo non offre più quelle strutture forti di riferimento che in passato assicuravano ai monaci una buona parte della loro solidità. Da tutto ciò provengono – a mio avviso – due tentazioni. Prima di tutto, quella di un certo individualismo, una tendenza a costruirsi come meglio si può la propria vita e quindi a pensare il monastero per se stessi e non il contrario. Tentazione questa che potremmo classificare seguendo la Regola di un certo . Inversamente si può essere tentati di cercare un’identità monastica forte le cui forme più rigide sarebbero viste come il rimedio adeguato all’incertezza del tempo che viviamo. Di queste forme si crede di trovare le tracce inconfondibili in un certo passato monastico che viene idealizzato e che si definisce come . Più o meno in fretta, tuttavia, il reale nella sua concretezza non potrà che ripresentarsi e la fragilità – per un attimo ben camuffata – non potrà che manifestarsi di nuovo e in modo più forte.
Infine, la perseveranza – che è sempre stata difficile – è diventata ancora più difficile nel nostro tempo poiché alcuni tra noi – per non dire molti – non hanno sufficiente forza interiore per sostenere quelle tensioni che sono normali in ogni vita umana vissuta insieme ad altri. Le problematiche poi relative all’affettività sono persino più complesse.
In una situazione come quella che ho appena delineato, mi sembra che sia importante prima di tutto di conservare la speranza. Non è certo casuale che il Papa Benedetto XVI, dopo aver parlato della carità nella sua prima enciclica, parli della speranza nella seconda del suo pontificato. Prima di addentrarci in questioni teoriche, teologiche, monastiche, liturgiche o altre ancora, bisogna impegnarsi nella vita fraterna (Deus Caritas est) e guardare con fiducia verso il futuro (Spe salvi). Vita fraterna: amarci gli uni gli altri che significa concretamente
Stimarci
Accoglierci sempre reciprocamente,
ascoltarci veramente che significa (RB, pr.) a delle sensibilità che sono diverse dalle nostre,
dire a nostra volta la parola giusta
compiere dei gesti di generosità
e, instancabilmente, perdonarci.
Il capitolo 72 della Regola è in relazione a tutto ciò un testo di riferimento insuperabile. Vi chiedo di verificare che sia ben vivo tra voi e che si crei nelle vostre comunità uno spirito di appartenenza reciproca. Questa carità si fonda sulla speranza, vale a dire sulla tenacia di Dio che non smette di aprire un futuro per la sua Chiesa e quindi, se veramente ci fondiamo su di essa, anche per noi monaci. In altre parole è necessario ritornare alle radici stesse della vita cristiana, del senso di salvezza che ci è stato donato, della libertà che Cristo ci ha conquistato, per poter sempre di più e sempre nuovamente dare un volto alle nostre comunità come secondo la bella definizione di Jean Vanier. Per essere così e vivere nella carità e nella speranza non c’è bisogno di essere numerosi e forti: Gedeone per condurre a termine la sua guerra di liberazione ha dovuto diminuire a più riprese i suoi effettivi! Così pure ad ogni monastero a cui ciascuno di noi appartiene – per quanto piccolo – viene offerta sempre la possibilità di una vita veramente evangelica.
A questo proposito vorrei mettervi in guardia contro tutto ciò che, in fine dei conti, equivarrebbe ad un rifiuto della speranza: immaginare da parte nostra – come ho già tratteggiato sopra – che le basi solide di cui abbiamo bisogno le potremmo ritrovare con un salto nel passato e ricostruendo dei templi che sarebbero chiaramente fuori stagione. Davide, giunto alla fine delle sue guerre di conquista, voleva costruire un Tempio al Signore. Ma il profeta gli ha fatto vedere le cose in modo diverso: riviene a Dio il compito di edificare nella grazia il vero Tempio che non è altro se non la comunità che si mantiene fedele. La storia dei Templi di pietra in Israele e le loro successive e reiterate distruzioni è un dato edificante. Al contrario il Tempio di Dio è santo e assomiglia di più al tabernacolo che accompagnava il popolo nel deserto che alle strutture imponenti delle nostre basiliche per quanto siano così belle. Si parla molto di liturgia nella Chiesa di oggi. Ricordiamoci di avere dei punti di riferimento incontestabili e che non sono statici: la Costituzione sulla Sacra Liturgia che vi invito a leggere e studiare continuamente, i libri liturgici con le introduzioni che introducono al senso profondo e che sono stati promulgati dal Papa Paolo VI con tutta la sua autorità apostolica e – per noi monaci – il Direttorio che si trova all’inizio del Thesaurus Liturgiae horarum monasticum pubblicato nel 1976. Questi testi conservano tutta la loro validità e ci invitano a tenere viva la nostra Liturgia all’interno di una comunità amante come pure a saperla adattare ai tempi, ai luoghi, alle culture. Da parte nostra saremo dei continuando l’impegno di cui ci siamo mostrati capaci nell’ultimo quarto del XX secolo e non certo ritornando ad una osservanza letterale dei capitoli della Regola dedicati all’Ufficio Divino (cosa che lo stesso san Benedetto non richiede), e magari prendendoci ampia libertà nell’interpretazione di altri capitoli che sono talora persino più importanti.
Mi piacerebbe farvi percepire, in questo messaggio che vi invio, la mia convinzione che la vita monastica, per quanto fragile, è una speranza immensa per la Chiesa, a condizione che cerchiamo, come diceva Paolo VI, di che per noi diventa la sfida di costruire . Sono questi i mezzi autentici e, se Dio lo vuole, efficaci, per la riforma costante dei nostri antichi monasteri. Per quanto riguarda poi i paesi che si chiamavano in passato del , hanno essenzialmente bisogno di luoghi di vita cristiana vera, radicata nella Parola di Dio che da speranza e nell’amore reciproco che crea e assicura un senso di appartenenza. Dicendo questo, non sono affatto cieco sulle esigenze della formazione monastica di cui conosco tutte le difficoltà e fatiche poiché un po’ dappertutto (e non solo nel Terzo Mondo) abbiamo penuria di formatori e cerchiamo di trovare qualche soluzione per questa relativa carenza. Ma le fondamenta della nostra vita sono la Parola di Dio, la liturgia viva, l’amore fraterno, l’autentica umanità: questi elementi creano le basi della formazione e ne forniscono il programma e le possibilità.
Credo perciò che non bisogna perdere di vista, proprio ora che siamo così deboli, la crescita e la dilatazione della vita monastica e, quindi, l’eventualità di fondazioni o di rifondazioni: la generazione è il segno della vita e dobbiamo desiderare veramente che il messaggio monastico possa estendersi il più possibile nello spazio e nel tempo. Questa intenzione deve rimanere viva nel cuore e nella preghiera di tutti noi. Nelle circostanze attuali, in cui i fratelli in servizio sono sempre di meno e le forze diminuiscono, mi sembra necessario che le cose si facciano insieme e che se ne parli in Provincia, in Congregazione così da studiare non solo le proposte che ci vengono fatte ma anche quelle che sono le nostre possibilità, lo spirito e le forme nelle quali si fonderà o si ri-fonderà. Inoltre mi sembra importante di concentrare e non di disperdere quelle poche risorse finanziarie su cui possiamo contare… ecc. In altre parole: cerchiamo di tenere viva la speranza di una crescita della vita monastica e, laddove siamo in grado di fare qualcosa, cerchiamo di agire in comunione e nella collaborazione.
A fine gennaio, la Commissione per il Capitolo Generale si riunirà e cercherà di approfondire il tema di una che animerebbe la vita di tutta la nostra congregazione e dovrebbe dare un certo respiro al nostro Capitolo Generale straordinario nel settembre di questo anno. Ritengo che questa carta si dovrebbe articolare secondo le linee che ho offerto in questo mio messaggio. In primavera vi scriverò ancora riguardo al Capitolo.
e : due parole che ci indicano il cammino per il 2008. Se le ascolteremo – giorno dopo giorno – questo anno sarà buono e lo sarà per ogni monastero, per ogni fratello, per tutta la nostra Congregazione.
P. Bruno Marin
Abate Preside
Se ci sono delle reazioni – positive o negative – su ciò che ho scritto in questa lettera (come pure nelle precedenti e, con l’aiuto di Dio, in quelle che seguiranno), non abbiate timore a farmene partecipe in modo che il dialogo sia fecondo e ci permetta di progredire.